Il progetto museografico di Case Fatta, ideato da Giuseppe Amato, nasce dal desiderio di restituire non soltanto un luogo, ma una memoria materiale del lavoro agricolo e della trasformazione dell’oliva in olio.
L’intervento evita volutamente la logica del museo convenzionale, neutro e astratto, per conservare invece il carattere autentico del frantoio: un luogo di fatica, terra, umidità, pietra, legno, ferro e tempo.
Le superfici sono state trattate con malte pozzolaniche a base di calce naturale, cocciopesto e terre minerali, secondo principi costruttivi antichi compatibili con le murature storiche.
La scelta della calce, al posto degli intonaci cementizi moderni, nasce dalla volontà di mantenere la traspirabilità e la natura viva della materia, lasciando che l’architettura continui a respirare e a invecchiare insieme alla pietra.
Anche il colore non è stato pensato come decorazione, ma come sedimentazione minerale. Le tonalità grigio-verdi degli intonaci derivano dalla reazione naturale tra calce, cocciopesto e ossidi minerali, richiamando le cromie dell’olio, delle rocce, delle ceneri e delle terre del paesaggio siciliano.
L’allestimento non separa gli oggetti dal luogo, ma cerca di mantenere un dialogo continuo tra strumenti, macchine, pareti e luce. La grande macina, le strutture lignee, gli utensili e le superfici murarie vengono trattati come parti di un unico organismo narrativo.
Case Fatta non vuole raccontare soltanto la storia della produzione dell’olio, ma anche una relazione più profonda tra uomo, materia e paesaggio: una civiltà agricola costruita attraverso gesti lenti, conoscenze tramandate e trasformazioni pazienti della natura.
Il museo diventa così non una semplice esposizione di oggetti, ma un luogo in cui la memoria del lavoro continua ancora ad abitare le pietre.

